ChatGPT, iA e Miyazaki. Tanti articoli ma nessuno ha affrontato il vero problema: il copyright

ChatGPT, iA e Miyazaki. Tanti articoli ma nessuno ha affrontato il vero problema: il copyright e cosa ne sarà delle nostre foto

Il titolo racconta dell’ennesimo tuffo a bomba nell’abisso digitale da parte di molte testate italiane che si limitano a copincollare comunicati come se fossero verità rivelate alla smaniosa ricerca di qualche trend di tendenza. Nessuno che si prenda la briga di testare davvero la tecnologia, di sporcarsi le mani, di mettere alla prova la macchina prima di osannarla o condannarla. No, troppo lungo. Troppo faticoso. Meglio il click facile, il titolo gridato, la corsa isterica ad arrivare primi, anche se si arriva male, anche se si cade con la faccia nella sabbia del nulla. E così la notizia diventa vangelo, anche quando è più distorta di una tavola da surf sotto i piedi di un ubriacone. Accade così che grazie al rilascio dell’ultimo generatore di immagini su ChatGPT da parte di OpenAI, siano apparsi, sui social, meme a velocità vertiginosa, spargendo immagini nello stile dello Studio Ghibli come polvere sulle strade di internet. Il web ha fatto quello che fa meglio: è esploso, è impazzito e ha cominciato a fare remake in chiave Ghibli di spezzoni di film, foto famose e persino di immagini private. E tutti a emulare anche se nel frattempo ciò che vaniva raccontato nei primi articoli non era più possibile. Nessuno a chiedersi perché. Come mai, quasi nessuno, ad oggi, a cercare di capire l’accaduto, il tutto mentre la gente continua a ghiblinizzare le proprie foto profilo senza accorgersi che la funzione non realizzava più quanto promesso. ChatGPT, iA e Miyazaki. Tanti articoli ma nessuno ha affrontato il vero problema: il copyright. E nessuno che vi ha spiegato perché ciò non sia più possibile. Tra l’altro trascurando l’informazione più interessante sul novo generatore di immagini di OpeniA, ossia che, molto probabilmente, si tratta del più potente e migliore generatore di immagini attualmente disponibile.

C’erano ChatGPT, una presunta iA e Miyazaki

Tutto è cominciato venerdì scorso, quando OpenAI ha sganciato l’ennesima bomba algoritmica travestita da innocente giochino: un generatore di immagini dentro ChatGPT, capace – tra le altre cose – di trasformare qualunque fotografia in un’opera d’arte nello stile del Maestro Hayao Miyazaki. Bastava caricare la foto della nonna, del proprio gatto, di un selfie sgualcito alle tre del mattino, e in pochi secondi te la ritrovavi con i colori pastello e la poesia visiva dello Studio Ghibli. Magia a comando. Anime per tutti, anche per chi fino al giorno prima pensava che “Spirited Away” fosse una marca di gin tonic.

Ed è così che l’inferno si è spalancato con grazia ghibliana

internet ha cominciato a sfornare Ghibli-meme come fossero ciambelle, vomitando remake digitali a raffica. Scene di “Titanic” con Totoro a prua. Harry Potter trasformato in un orfanello zuccheroso sotto la neve. Persino le foto del proprio cane immortalato come se fosse stato disegnato a mano da Miyazaki in persona, con tanto di occhioni liquidi e sfondo poetico. Nessuno si è fermato un secondo a pensare al “come”, al “perché” o al “con che diritto”. Perché il punto non era più creare, ma esserci. Postare. Mostrarsi. Dimostrare che anche tu, nel tuo profilo Instagram farcito di vuoto, potevi cavalcare l’onda.

Il risultato? Un’isteria collettiva. Una corsa disperata alla ghiblificazione del sé

Gente che fino al giorno prima pensava che lo Studio Ghibli fosse un ramen bar a Milano improvvisamente diventata esperta di animazione giapponese. Un revival finto e modaiolo, dove il rispetto per l’arte e per l’autore è stato travolto dalla necessità impellente di dire: “Guarda, ci sono anch’io. Sono nel trend”. La stessa gente che ventiquattr’ore prima sbavava per la nuova fiction RAI o rideva ai rutti di un cinepanettone, oggi si riscopre figlia spirituale di Miyazaki. Condividono, reagiscono, si emozionano di fronte alla versione anime del proprio cappuccino. E intanto l’algoritmo, famelico, si nutre. Cresce. Si allena. Succhia dati come sangue da una giugulare.

Ma la domanda vera resta sospesa come una lama sul collo della creatività: tutto questo era lecito?

Avevano i diritti? Chi ha addestrato questa iA con le opere del Maestro? Da dove diamine arrivano quelle immagini? Possibile che quasi nessuno si sia posto la questione che per creare contenuti così dettagliati nello stile di Miyazaki, quell’iA dev’essere stata allenata su centinaia, migliaia di frame. E quei frame, quei disegni, quei cieli rosa e quelle ombre malinconiche, non sono di pubblico dominio. Sono opere d’autore. Firmate. Protette. E saccheggiate.

E allora? Avevano forse una licenza? OpenAI ha pagato i diritti? Ha chiesto il permesso allo Studio Ghibli? Alla famiglia Miyazaki? La risposta, per ora, è un ronzio fastidioso di comunicati evasivi. “Non generiamo immagini nello stile di artisti viventi.” Dicono così, mentre tutto internet si riempie di facce disegnate come se fossero uscite da La città incantata.

Il paradosso è servito

Mentre Sam Altman si fa il profilo in stile Ghibli, i suoi server grindano GPU fino allo stremo, e i legali aspettano il primo processo globale sull’arte rubata. Perché qui non si tratta solo di imitazione. Si tratta di replicare. Di clonare una sensibilità. Di monetizzare un’estetica che non è tua, ma che la rete pretende.

E intanto, i media? Silenzio. Nessuno che si azzardi a dire che è un furto. No. Troppe views, troppi clic, troppi editori in ginocchio davanti alla SEO. Hanno preferito il clickbait alla verità. “Guarda come puoi diventare un personaggio Ghibli!” – il titolo perfetto per chi non ha tempo né voglia di farsi domande.

La verità è che oggi viviamo in un mondo dove l’arte viene decontestualizzata, remixata, travestita da “ispirazione” e venduta come “creatività democratizzata”. Il problema è che sotto la superficie zuccherina c’è solo la solita farsa. L’ennesimo saccheggio. Nessuno si è fermato a dire: “Aspetta, ma questa roba è ancora protetta da copyright?”

Tutti troppo presi dal trasformarsi in cartoni animati. Troppo impegnati a rendersi digeribili, condivisibili, vendibili. E Miyazaki? Lui è morto da vivo. Da quando la sua arte è stata spogliata, macellata e riversata in formato PNG nei telefoni di chi, fino a ieri, pensava che Ghibli fosse il nome di un influencer.

ChatGPT vs Miyazaki. Tutto finisce come al solito: con un like, una gif e un’illusione

L’illusione di avere in tasca la potenza creativa di un genio, quando in realtà non abbiamo fatto altro che prenderla a prestito. Anzi: a scrocco. Perché dietro ogni “guarda che figata, sembro Totoro”, c’è il silenzio di chi quella figata l’ha disegnata davvero, con la carne, con l’anima, con le notti insonni e le mani che odorano ancora di grafite.

E no, non è una rivoluzione. È un saccheggio. È la nuova corsa all’oro dell’era digitale, dove l’oro si chiama stile, poetica, visione. E l’iA è la trivella perfetta. Scava, succhia, riproduce. Mentre tutti applaudono, ignari del crimine culturale che hanno appena condiviso nelle storie di Instagram.

Ps: nessuno che si chieda cosa ne sarà di tutte quelle foto originali dei vostri figli, dei vostri bambini, di fidanzate, genitori, nonni e perfino neonati. Nessuno che si chieda dove finiranno. Nessuno che si ponga la questione: se non hanno avuto il minimo rispetto né tutela per un immenso maestro come Miyazaki, come potranno mai averlo per noi?

Giovanni Scafoglio

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