Il massacro del Circeo 50 anni dopo

Il massacro del Circeo 50 anni dopo. Rosaria Lopez di 19 anni e Donatella Colasanti di 17 e i ragazzi della “Roma bene”.

Cinquant’anni fa, nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1975, l’Italia scoprì fino a che punto la violenza poteva insinuarsi dietro l’apparenza della normalità. Due ragazze del quartiere Montagnola di Roma, Rosaria Lopez di 19 anni e Donatella Colasanti di 17, accettarono un passaggio da tre giovani della cosiddetta “Roma bene”: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Il pretesto era una festa in una villa al mare, a San Felice Circeo. In realtà era una trappola. Nessuno dei tre improvvisò: c’era la volontà precisa di trasformare quella serata in un incubo. Quella fu la notte del massacro del Circeo.

La villa Moresca, da luogo di villeggiatura a teatro dell’orrore

La destinazione era la villa Moresca, proprietà della famiglia Ghira, un edificio bianco e isolato affacciato sulle rocce di Punta Rossa. Per anni era stata una residenza di vacanze, ma quella sera diventò un carcere. Dopo una breve conversazione, Izzo e Guido tirarono fuori una pistola. Millantarono di far parte di una banda criminale francese e affermarono che nessuna delle due ragazze sarebbe uscita viva. Le chiusero in bagno e diedero inizio a 36 ore di torture e stupri.

Quello che accadde nella villa tra il 29 e il 30 settembre è stato ricostruito grazie alla testimonianza di Donatella Colasanti. Le due giovani subirono ripetute violenze sessuali, furono picchiate, minacciate, insultate. Andrea Ghira arrivò in un secondo momento e prese parte agli abusi. Gianni Guido lasciò persino la villa per cenare con la famiglia a Roma, come se nulla fosse, tornando poi a completare la notte di sevizie. Le ragazze vennero umiliate e costrette a subire una ferocia senza interruzioni.

Rosaria fu soffocata e morì tra le mani dei suoi aguzzini. Donatella, colpita fino a perdere conoscenza, ebbe la lucidità di fingersi morta. Quell’atto disperato le salvò la vita. I tre pensarono di aver concluso la loro missione di sangue, caricarono i corpi in sacchi di plastica nel bagagliaio di una Fiat 127 e ripresero la strada verso Roma.

Via Pola, il bagagliaio che scelò l’orrore

L’auto venne abbandonata in via Pola, nel quartiere Trieste. Un vigile notturno, incuriosito, si avvicinò e notò movimenti sospetti. All’interno del bagagliaio trovò Donatella Colasanti, ancora viva, accanto al corpo senza vita di Rosaria Lopez. Trasportata in ospedale, Donatella trovò la forza di raccontare tutto. La sua voce, segnata dal dolore, divenne la chiave per inchiodare gli assassini.

Le indagini sul Il massacro del Circeo e il processo che scosse l’Italia

Le indagini dei carabinieri portarono rapidamente a Izzo, Guido e Ghira. Nel 1976 arrivò la sentenza: ergastolo per Izzo e Ghira, trent’anni per Guido, pena ridotta in appello. Ghira fuggì e visse sotto falso nome in Spagna fino alla morte, avvenuta negli anni Novanta e confermata solo nel 2005 dal test del DNA. Guido evase più volte, fu arrestato all’estero e terminò la sua pena nel 2009. Izzo, rimasto in carcere, si rese protagonista di nuovi delitti anche durante i periodi di semilibertà concessi nei primi anni Duemila.

Il processo ebbe una eco mediatica che andò oltre la singola vicenda. L’opinione pubblica scoprì con sgomento non solo la crudeltà del delitto, ma anche la distanza tra le vittime, ragazze di quartiere, e i carnefici, giovani di famiglie privilegiate. Fu un processo che segnò la coscienza nazionale.

Il massacro del Circeo non fu soltanto cronaca nera

Divenne un simbolo delle disuguaglianze sociali e della violenza di genere. Le associazioni femministe si costituirono parte civile, guidate da avvocate come Tina Lagostena Bassi, e trasformarono l’aula del tribunale in un luogo di denuncia. All’epoca la violenza sessuale era ancora considerata un reato contro la morale e non contro la persona. Il caso Circeo contribuì a cambiare questa percezione, aprendo la strada alla riforma legislativa che arrivò vent’anni dopo, nel 1996.

Donatella Colasanti sopravvisse e per trent’anni raccontò ciò che accadde in quella villa, fino alla morte nel 2005. Le sue parole restano un monito contro l’oblio. Rosaria Lopez, che non ebbe la stessa possibilità, è rimasta il simbolo delle vittime di una società che allora non seppe proteggerle. Ogni anniversario del massacro è un’occasione per ricordare entrambe e per riflettere sul lungo cammino ancora da compiere contro la violenza sulle donne.

Cinquant’anni dopo il massacro del Circeo è rimasto nell’immaginario collettivo come sinonimo di orrore

Libri, film e serie televisive hanno riportato più volte la vicenda alla luce, dall’opera di Edoardo Albinati La scuola cattolica alla recente serie Circeo. Ogni nuova narrazione ha riaperto il dibattito e ha costretto l’Italia a interrogarsi sul rapporto tra violenza, potere, cultura e impunità.

Cinquant’anni dopo, quella notte resta un monito. Non solo per la brutalità dei fatti, ma per ciò che rivelarono sulla società italiana dell’epoca. Ricordare il Circeo significa guardare in faccia un passato che non deve ripetersi.

Cristina Ferrari

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