Il reato di femminicidio esiste ed è disciplinato dall’articolo 577-bis del codice penale, ma non è sufficiente una norma a sovvertire una cultura radicata che oggettifica e uccide le donne. Quest’estate è stata descritta da diversi titoli di giornale come “l’estate dei femminicidi”. Da inizio luglio al 18 agosto 2026 sono state uccise otto donne da fidanzati, mariti o ex. Una sequenza che è culminata il 3 settembre con il femminicidio di Lorena Isceri – gettata dall’ex compagno dal viadotto dell’autostrada A1 a Barberino del Mugello. I familiari raccontano che Lorena aveva paura del suo ex, Federico Vella, ma non l’aveva denunciato per non danneggiarlo, per non compromettere il suo lavoro.
Tutto si ripete tranne la prevenzione
Nelle storie di femminicidio si ripetono le stesse dinamiche, le stesse motivazioni, le stesse logiche di possesso e di dominio, figlie di una cultura che dipinge il maschio come la figura forte che non chiede mai aiuto, e la donna come la figura fragile e subalterna, l’oggetto che può essere manipolato e maltrattato. Tutto si ripete perché alla base del femminicidio c’è la convinzione maschiocentrica secondo cui la donna sia un feticcio da ammaestrare e ammansire. Nella testa di chi disintegra la vita della fidanzata, della moglie o dell’ ex compagna non esiste la donna in quanto persona, in quanto anima, in quanto essere umano dotato del libero arbitrio. Esiste solo in quanto oggetto su cui riversare la rabbia distruttiva covata dentro un buco emotivo e affettivo molto profondo.
Questo buco potrebbe essere riempito se ci si occupasse di prevenzione, se in famiglia e a scuola si insegnasse a esprimere il dolore, a piangere quando si sta male, a gestire le emozioni primordiali come la paura e la rabbia. Non è un caso che in Italia, secondo i dati ISTAT, i suicidi riguardano in maggioranza gli uomini rispetto alle donne. Quando il malessere interiore straripa e non si riesce più a contenere dentro sé, si diventa un pericolo per sé stessi e per gli altri. E gli altri spesso sono le donne che pagano le conseguenze di identità fragili, di personalità narcisistiche.
Soggetti devianti che non sapendo stare al mondo e nel mondo – con tutte le difficoltà che vivere comporta – scelgono di stroncare la vita della donna con cui hanno avuto o hanno una relazione. Lo fanno perché non sono stati educati al consenso, all’ascolto dei sentimenti, al rispetto della donna e della sua libertà. Anzi, si sentono minacciati dalla libertà della donna perché temono l’abbandono. Si tratta talvolta di figli di famiglie disfunzionali, cresciuti in contesti di solitudine, di repressione emotiva, caratterizzati da sovrastrutture patriarcali.
Gli aggressori non scelgono improvvisamente di agire con violenza. Lo fanno con consapevolezza e infatti spesso premeditano il misfatto. La violenza che viene agita si acquatta dentro questi individui, poi si manifesta nell’ambito della coppia con atteggiamenti maschilisti e controllanti, con l’abbrutimento verbale, con la prepotenza, con le minacce, fino a sfociare in femminicidio.
Siamo tutti chiamati in causa
È inevitabile chiamare in causa le principali agenzie educative quali la famiglia e la scuola, poiché assumono un ruolo fondamentale nel trasmettere ai giovani le coordinate delle relazioni sociali e amorose.
Condannare il femminicidio non basta, perché purtroppo non è una legge a sradicare una cultura tossica, né a salvare le donne dagli aggressori. Occorre intervenire preventivamente per preservare l’umanità delle persone, coltivare le anime, crescere ragazzi amati e amabili, che in assenza di un amore corrisposto sappiano cor(rispondere) a sé stessi. Che sappiano accettare il rifiuto.
È necessario irrobustire la presenza di centri antiviolenza sul territorio, mettere in campo processi educativi sessuali e affettivi. A tal proposito sono state raccolte 500mila firme per varare il referendum sull’educazione affettiva nelle scuole – attualmente vietata dalla legge Valditara.
Potrebbe essere una delle diverse azioni da mettere in campo per contrastare un fenomeno che si presenta in modo sistemico. Ma è ovvio che la scuola non possa essere l’unica responsabile della prevenzione e dell’educazione. Siamo tutti chiamati in causa, tutti dobbiamo fare la nostra parte affinché esista un’adeguata pedagogia amorosa, emotiva, affettiva.
Ma dov’è finita la responsabilità collettiva?
Se si tende a mettere in atto il processo di vittimizzazione secondaria, se ci si abitua alle notizie di violenza sulle donne, se ancora ci sono persone che rinnegano l’esistenza del femminicidio e lo catalogano come un omicidio, come si riesce a combattere questo problema?
Non si tratta di cercare colpevoli, si cerca piuttosto una comunità che tenga a cuore il Noi, che salvaguardi l’educazione delle nuove generazioni, dei più giovani. Si cercano cittadini responsabili che facciano la loro parte nell’essere un esempio per chi deve imparare a stare al mondo, a vivere in società, a tessere relazioni sane.
Si cerca un senso comune, una forza morale, una coscienza collettiva – direbbe il sociologo Durkheim.
Bisognerebbe ascoltare gli appelli dei familiari delle vittime, come quello fatto dal padre di Lorena Isceri, dilaniato dal dolore della perdita di sua figlia: “Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi per prendere provvedimenti affinché non succeda più. Ve lo chiedo con tutto il cuore”.
Franco Isceri si è rivolto alla politica, alle istituzioni, alle principali cariche dello stato, alla società. Il padre di Lorena chiede che non accada più, lo chiedono tutti i familiari delle vittime di femminicidio, eppure con frequenza una donna muore o rischia di morire – in ambito familiare o di coppia – a causa di uomini narcisisti, possessivi, violenti, ossessionati dal controllo, incapaci di accettare la libertà dell’Altro.
Quando si riuscirà a fare davvero qualcosa di concreto? Quando si smetterà di vedere sui giornali i collage dei volti delle donne uccise da una società che resta inerme di fronte alla degenerazione dell’umano? Sì perché il femminicidio non è un reato individuale, non riguarda solo chi lo compie, riguarda l’intera collettività che continua ad avallare la cultura del patriarcato.
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