Il modello della crescita continua al lavoro

giovani e lavoro

Nell’attuale scenario lavorativo, mentre le competenze diventano obsolete nel giro didue anni, il modello della crescita continua sta impadronendosi della vita delle persone. Lo scopo del lavoro è quello di stare costantemente al passo con il cambiamento, di formarsi e aggiornarsi senza sosta per obbedire alla cultura dell’efficienza. Nel forsennato tentativo di essere produttivi, si sottrae sempre più tempo alla vita privata e al mondo degli affetti. Eppure, negli ultimi anni il contesto lavorativo è stato attraversato da nuovi concetti, come la flessibilità e la rivendicazione del tempo libero. Ma l’imperativo categorico della crescita prevale, provocando nel lavoratore un’angoscia tale da dimenticarsi di sé stesso.

Il rischio di identificarsi solo nel lavoro

È indiscutibile l’importanza dell’apprendimento continuo, soprattutto all’interno degli ambienti organizzativi che devono garantire ai collaboratori la formazione e lo sviluppo delle competenze tecniche (e non solo). I contesti aziendali devono favorire le iniziative di upskilling (ampliamento delle competenze) e reskilling (acquisizione di nuove competenze) per poter affrontare i costanti processi di innovazione. In una società dominata dal profitto e dalla performance, le abilità di ciascuno fanno presto a scadere e l’unico modo per non sentirsi impreparati è studiare ininterrottamente.

Il rischio purtroppo è quello di diventare vittime di questo sistema, di rincorrere la crescita professionale come se il lavoro fosse l’unico spazio in cui identificarsi e riconoscersi. Come se a definire la propria storia, la propria interiorità, fossero i risultati professionali e formativi raggiunti. 

Ed è così che il confine tra il restare aggiornati e il farsi assorbire dal modello della crescita diventa sempre più labile.

Dal report “The Human Edge: Global Future of Work Trends 2026” pubblicato da ManpowerGroup, è emerso che entro il 2030, il 39% delle competenze attualmente indispensabili, subirà una variazione radicale, soprattutto a causa del crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale. Questo significa che molti lavoratori dovranno riqualificarsi adeguatamente per non risultare impreparati e per non rischiare di perdere il lavoro.

Crescere o appassire?

In questo scenario, il tempo per sé stessi, per la propria famiglia, per coltivare i propri interessi e per conoscersi oltre le logiche del lavoro, occupa sempre meno rilevanza. Tutto diventa procrastinabile, perché si dà per scontato che la vita privata sia sempre lì, ad aspettarci. Il lavoro invece non ammette attese, perché le competenze necessitano di essere aggiornate con frequenza e se non si è orientati alla crescita non si raggiunge il prestigio. Ma crescere, come ricorda James Hillman, non significa necessariamente migliorare, in quanto può significare anche appassire.

Questo lo hanno ben capito le nuove generazioni che rivendicano più tempo libero. A questo proposito, il 9° rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale ha rilevato che per il 55% dei dipendenti, fare carriera non è più una priorità e per l’88,2% delle persone il tempo libero è un diritto universale. Un diritto, purtroppo, violato da una contemporanea cultura del lavoro in cui si è vincenti solo se si è iper-produttivi.

Ma come si può ripensare sia il concetto di lavoro che di crescita?

Le organizzazioni vantano spesso una flessibilità che non corrisponde alla realtà o meglio è una flessibilità mascherata dietro l’erogazione di bonus e premi economici. Il punto è che per evitare di essere fagocitati dalla cultura dell’efficienza, bisognerebbe garantire alle persone più tempo e più opportunità per prendersi cura dei propri affetti. Il denaro non può essere l’unico mezzo di gratificazione e il lavoro non può essere l’unico posto in cui sentirsi riconoscibili. 

A scadere con velocità non sono solo le competenze, ma anche il tempo e allora occorre scegliere se essere strumenti nelle mani della società della performance o essere persone con una vita privata da curare e coltivare. Va da sé che questa scelta dipende anche dalle concrete iniziative offerte dal mercato del lavoro in termini di maggiore autonomia nella gestione del tempo.

Si pensi alla riduzione dei giorni lavorativi avvenuta in alcuni paesi come Spagna, Danimarca, Belgio.Oppure al congedo parentale paritario per consentire ad entrambi i genitori di avere più tempo da dedicare alla cura dei figli. Peccato che l’Italia è ancora molto indietro rispetto a questa iniziative. Infatti, recentemente è stata bocciata la proposta di legge sul congedo paritario a causa di mancate risorse economiche. Dunque, i papà continueranno ad avere solo dieci giorni di congedo e le madri cinque mesi. Tutto questo non fa altro che acuire il divario di genere e ridurre il tempo per la famiglia.

Riscrivere un destino umano e felice

Sebbene le nuove generazioni non siano disposte a sacrificare la propria vita privata per il lavoro, le istituzioni e le aziende fanno ben poco per trattenere i giovani talenti. Il fenomeno della fuga di cervelli continua a essere attuale, perché sono tanti i giovani che in Italia non vedono né il futuro né il diritto al tempo libero.

I giovani chiedono di intraprendere un cambiamento che non abbia a che fare solo con il denaro, con l’imparare nuovi strumenti e con l’aggiornare le proprie conoscenze. Un cambiamento che contempli la valorizzazione del singolo, che abbia a cuore la vita affettiva ed emotiva delle persone.

Dunque, se i fini dell’ideologia della crescita non coincidono con i desideri e i valori delle nuove generazioni, è necessario capovolgere questi modelli fondati unicamente sulla razionalità e sulla produzione. I giovani vogliono e devono riscrivere il loro destino, un destino umano e felice che non lasci libero gioco alla società della tecnica e della de-realizzazione della vita intima.

Emanuela Mostrato

Se ti è piaciuto, leggi anche:

Related Post