In un tempo in cui vi è un’elevata coscienza dell’importanza della salute mentale del singolo, è doveroso discutere della crescente diffusione del fenomeno dell’autolesionismo tra gli adolescenti. Soprattutto dopo la pandemia si è registrato un aumento del numero di giovani che si infliggono tagli e che manifestano pensieri suicidari. Infatti, in Italia il suicidio è la seconda causa di morte nei giovani tra i 15 e i 24 anni. L’autolesionismo però, raramente è legato alla volontà di togliersi la vita, rappresenta piuttosto un grido di aiuto rispetto ad un male di vivere.
Autolesionismo non suicidario
L’autolesionismo non suicidario è definito dallo psichiatra Armando Favazza come un “comportamento ripetitivo, di solito non letale per severità né intento, diretto in maniera volontaria e deliberata a danneggiare parti del proprio corpo, come avviene in attività come tagliarsi o bruciarsi” .
I giovani che si autoinfliggono tagli e ferite sono incapaci di esprimere un malessere interiore, versano in una condizione di disagio emotivo che non riescono a condividere con nessuno. Non sanno dare un nome al caos psichico che li attanaglia e così il corpo diventa il bersaglio su cui riversare il proprio dolore. L’atto di procurarsi del male può avere origine anche da un desiderio di autopunizione, perché magari ci si sente inadeguati, inascoltati e non meritevoli di amore e affetto.
Chi ricorre a comportamenti autolesivi, tenta di anestetizzare il dolore emotivo attraverso il dolore fisico.
Senz’altro il pensiero della morte, così come ci insegnano gli studi in psicologia, è ricorrente nell’adolescente che sta vivendo una fase di transizione. Ma non tutti gli adolescenti hanno gli strumenti per riuscire ad affrontare i momenti di difficoltà e i dilemmi esistenziali. Spesso i genitori non sanno come affrontare i disagi psichici dei loro figli e finiscono per sottovalutarli o ignorarli.
Molti genitori della società iper-moderna, digitalizzata e globalizzata, credono erroneamente che i regali materiali e le innumerevoli possibilità di scelta siano il passepartout per far stare al mondo i figli senza che vivano disagi interiori. Ma non è certo con il benessere materiale che si può scampare il dolore.
L’importanza della prevenzione e delle agenzie educative
I giovani adolescenti che si autolesionano, hanno bisogno di tempo, di ascolto e di persone dotate di risorse psico-pedagogiche. Chi compie atti autolesionistici non fa altro che rivolgere a sé stesso l’aggressività perché non sa come regolare le proprie emozioni. Vive il dramma dell’incomunicabilità e crede che procurarsi il dolore fisico sia la soluzione alle profonde turbolenze interiori.
Motivo per cui è necessario sensibilizzare le famiglie verso questo fenomeno affinché possano chiedere supporto ad esperti. Ma non sono solo le famiglie a dover essere sensibilizzate, anche le istituzioni secondarie necessitano di interventi e percorsi tesi a rendere il sistema educativo più robusto e inclusivo a livello pedagogico.
A tal proposito, Stefania Manetti – presidente dell’Associazione culturale pediatri – ha dichiarato:
“La prevenzione è chiamata in gioco attraverso azioni mirate e multidisciplinari: mondo sanitario, educativo e sociale, ma anche associazioni territoriali, psicologi e tutto il mondo che ruota intorno all’infanzia, adolescenza e famiglie con forti azioni di coordinamento tra servizi”.
Il soggetto che assume un comportamento autolesionistico, lancia segnali di aiuto a chi gli sta intorno, ricerca attenzione. Sicuramente non è un modo sano per chiedere supporto, ma è proprio per questo che determinati atteggiamenti non vanno minimizzati.
Un giovane adolescente non sceglie improvvisamente di procurarsi il dolore fisico, ma arriva a farlo quando non sa gestire il dolore, quando la sua mente è affollata di pensieri ed emozioni negativi. Quando per un tempo prolungato si è sentito solo e inascoltato. L’autolesionismo è la punta dell’iceberg di un malessere interiore persistente, di un’inquietudine che ha bisogno di essere accolta e raccontata da qualcuno che sa come interpretarla.
Janis Whitlock, ricercatrice e specialista nella salute pubblica, ha affermato che: “per molti giovani, l’autolesionismo è un modo per tornare a uno stato di equilibrio o mettersi in relazione con gli altri“. Chi si auto-procura dolore fisico vive uno stato emotivo alterato al punto da non riuscire a tollerare emozioni come rabbia e tristezza. Paradossalmente, attraverso il dolore fisico provano un fugace sollievo.
Questi ragazzi tentano di evadere da una realtà in cui non si riconoscono, in cui non individuano modelli di riferimento. Occorre in tal senso un maggior intervento delle agenzie educative che dovrebbero fornire agli adolescenti gli strumenti per analizzare il malessere psichico sia di natura intrapersonale che interrelazione.
Il diritto al benessere psicologico e sociale
La maggiore consapevolezza dell’importanza della salute mentale deve essere accompagnata da misure di prevenzione, da servizi di assistenza e da una massiccia dose di risorse educative e pedagogiche. Oggi essere in salute non equivale solo a non essere malati dal punto di vista fisico e biologico. Vuol dire soprattutto vivere in una condizione di benessere psicologico e sociale.
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