Google Zero: le AI Overviews stanno distruggendo il traffico dei siti web e ridisegnano le regole dell’informazione online. Nel 2025 fa una ricerca su Google trova sempre più spesso una risposta generata dall’intelligenza artificiale direttamente nella pagina dei risultati. Non c’è più bisogno di cliccare, perché testi, dati e spiegazioni sono già visibili in alto. Questo meccanismo, definito zero-click, riduce drasticamente le visite ai siti e mette in difficoltà editori, aziende e portali che per anni hanno basato la loro sopravvivenza economica sulla visibilità nei motori di ricerca. Dai quotidiani alle piattaforme di e-commerce, l’impatto è concreto: meno traffico significa meno pubblicità, meno conversioni e meno entrate. È il segnale che l’era del web aperto, costruito sullo scambio tra contenuti e clic, sta vivendo una delle sue crisi più profonde. Chi vi scrive si chiede se, senza traffico diretto ai siti, esista il rischio concreto che intere aree di conoscenza spariscano dalla rete aperta, lasciando il campo a una realtà digitale sempre più chiusa e impoverita.
Cos’è Google Zero e cosa significa zero-click
Google Zero è il termine con cui editori e analisti descrivono l’effetto più dirompente delle AI Overviews (i riassunti): la progressiva scomparsa del clic verso i siti web. Per zero-click si intende una ricerca che si esaurisce all’interno della pagina di Google, senza che l’utente apra alcun link esterno. È un fenomeno nato con gli snippet in primo piano, le mappe e le risposte rapide, ma che con l’arrivo dell’intelligenza artificiale ha assunto una portata inedita. Oggi, quando un utente digita una query, trova testi già riassunti dall’AI in cima ai risultati: bastano poche righe per soddisfare la curiosità, e il gesto del clic diventa superfluo. Per i siti questo significa vedere ridotto il flusso di visitatori che per oltre vent’anni ha garantito lettori, visibilità e ricavi.
I dati sul crollo dei click
Le ricerche indipendenti confermano la tendenza. Pew Research ha rilevato che quando compare un riassunto AI solo l’8 per cento degli utenti clicca su un link, mentre senza riassunto la quota sale al 15 per cento. Digital Content Next ha riportato perdite di traffico tra l’uno e il venticinque per cento per i publisher, con punte più alte in alcuni settori. Uno studio condotto nel Regno Unito ha stimato un calo fino al settantanove per cento per contenuti che prima ricevevano la maggior parte dei click organici. Secondo il Wall Street Journal, testate americane come HuffPost e Business Insider hanno perso oltre metà del traffico organico in tre anni.
La posizione ufficiale di Google
Liz Reid, responsabile di Google Search, sostiene che il traffico verso i siti sia rimasto “relativamente stabile” e che la qualità dei click sia migliorata. Secondo Google, le Overviews generano nuove query, spingono ricerche più complesse e offrono agli utenti link di maggiore valore. La società rifiuta l’idea di un crollo strutturale e rivendica miliardi di click inviati ogni giorno. Le dichiarazioni ufficiali contrastano però con i dati riportati dagli editori, che misurano cali concreti nel traffico e nelle entrate pubblicitarie.
Il problema non riguarda solo i riassunti generati dall’intelligenza artificiali (AI Overviews in SERP)
Sempre più bot raccolgono contenuti per alimentare i modelli di linguaggio che poi forniscono risposte dirette agli utenti. OpenAI ha presentato GPTBot, Anthropic ha introdotto ClaudeBot e Google ha creato il segnale Google-Extended, che permette ai siti di escludere l’uso dei propri dati per Gemini e altri sistemi AI. In teoria i publisher possono bloccare questi accessi attraverso robots.txt, ma molti temono che i contenuti vengano comunque utilizzati. Alcune inchieste hanno già mostrato che certi modelli AI hanno incorporato materiali provenienti da siti che avevano esplicitamente negato il consenso.
Davanti a un sistema che sfrutta i contenuti senza garantire ritorni, diversi gruppi editoriali valutano di chiudere del tutto l’accesso ai bot delle AI
In Europa alcuni consorzi di media hanno presentato un esposto antitrust contro le Overviews, accusando Google di abuso di posizione dominante. In Gran Bretagna la questione è finita anche sotto l’attenzione dell’autorità di concorrenza. Negli Stati Uniti e in Europa sono partite cause legali contro startup come Perplexity, accusate di riutilizzare articoli senza licenza. Parallelamente i grandi quotidiani cercano nuove strade: newsletter, community proprietarie, eventi e abbonamenti diventano centrali per compensare la perdita di traffico organico.
Il modello che ha reso internet aperto per vent’anni si fondava su un patto implicito: i siti lasciavano accesso ai bot dei motori di ricerca in cambio di traffico
Con le intelligenze artificiali generative questo equilibrio si rompe. Se i publisher chiudono l’accesso ai bot per difendere i propri contenuti, gli algoritmi rischiano di restare senza carburante. Se invece continuano a permetterne l’uso, vedono calare i click che giustificavano quell’apertura. In entrambi i casi la logica di un web aperto basato sul link reciproco appare sempre più fragile.
Google Zero non è un’ipotesi lontana ma un effetto già misurabile
Le Overviews hanno ridotto i click verso i siti, i bot AI hanno cambiato il rapporto tra contenuto e pubblico e gli editori stanno cercando contromisure. Nei prossimi mesi il conflitto tra grandi piattaforme e media tradizionali potrebbe intensificarsi, spingendo verso nuovi modelli di licenza, accordi di revenue sharing o blocchi selettivi. La partita si gioca sul valore dell’informazione in un’epoca in cui le macchine leggono e rispondono al posto delle persone.
Per chi vi scrive viene naturale porre delle domande
Cosa accadrà quando ChatGPT e i suoi fratelli non avranno più libero accesso ai siti per recuperare informazioni? Sono davvero ancora attendibili le fonti che i modelli linguistici usano per darci risposta? Rischiamo di ritrovarci con intelligenze artificiali generative che producono sempre più allucinazioni? Può diventare Wikipedia l’unica fonte riconosciuta come affidabile, con tutti i limiti che comporta? E cosa succederà quando i modelli inizieranno ad addestrarsi su dataset composti sempre più da testi sintetici, generati da altre macchine, invece che da contenuti umani? La vera domanda, infine, è se stiamo viaggiando verso un nuovo modello di ricerca in cui smetteremo di verificare le fonti attendibili, affidandoci a risposte che sembrano corrette ma che potrebbero essere inesatte o peggio.
E non è tutto. Chi controllerà la proprietà intellettuale dei contenuti usati per addestrare le iA, se i siti decideranno di chiudere i cancelli ai bot? Che valore avranno i contenuti originali quando i motori AI offriranno risposte gratuite senza distinguere tra fonti solide e materiale spazzatura? Quali conseguenze avrà per la democrazia dell’informazione un web dominato da pochi grandi modelli che filtrano e riscrivono ciò che leggiamo? Se i click diminuiranno ancora, quali modelli economici potranno sostenere giornalismo, ricerca e divulgazione? E infine: senza traffico diretto ai siti, esiste il rischio concreto che intere aree di conoscenza spariscano dalla rete aperta, lasciando il campo a una realtà digitale sempre più chiusa e impoverita?
Giovanni Scafoglio
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