Robert Johnson, un uomo, una leggenda, tre morti e tre tombe

Robert Johnson, un uomo, una leggenda, tre morti e tre tombe. "il più importante musicista blues che sia mai esistito" per Clapton.

Ci sono notti in cui il caldo non si limita a bruciare la pelle, ma ti scava dentro come una febbre. In quelle notti il diavolo si siede accanto agli uomini per contrattare. La leggenda dice che Robert Johnson, il più oscuro tra i cantori del Delta, vendette l’anima a un incrocio polveroso del Mississippi, per trasformare la sua chitarra in un coltello che scorticava l’anima di chi ascoltava, la sua voce in un canto ammaliante e il suo corpo in un’arma di seduzione disarmante. il 16 agosto del 1938 moriva Robert Johnson e nasceva la più grande e misteriosa leggenda del blues.

Le tre morti di Robert Johnson nel 1938

Il 16 agosto 1938, in un paesino dimenticato dal mondo, Robert cadde a terra come un cane avvelenato. C’era una bottiglia di whisky adulterato, c’era la mano gelosa di un uomo, c’era il riso segreto del diavolo che reclamava la sua parte del contratto. Nessun ospedale, nessun conforto: solo un ragazzo di ventisette anni che gridava nell’aria densa di zanzare, mentre le stelle osservavano indifferenti, come se già conoscessero la fine scritta nella polvere.

La sua fine è ancora avvolta nel mistero. Alcuni sostengono che fu avvelenato dal marito di una donna con cui aveva intrecciato una relazione, altri che sia morto per malattia. C’è chi giura che un coltello gli abbia trafitto il ventre, chi racconta di un colpo di pistola sparato in una notte di rabbia e vendetta. Nessuna di queste versioni è stata mai provata, perché il certificato di morte ufficiale non esiste, e questo ha alimentato il mito. In un’America divisa, nel profondo Sud, la morte di un giovane nero non meritava spiegazioni.

Le tre tombe lungo il Delta del Mississippi

Il suo corpo venne sepolto senza tomba certa. Tre croci spuntano ancora oggi in tre diversi luoghi del Mississippi, e nessuno sa quale sia la vera. Forse tutte, forse nessuna. Forse Robert Johnson è rimasto a suonare per sempre in un campo di cotone, invisibile, accompagnato dal fruscio dei rami e dalle voci di chi non ha mai smesso di desiderarlo. La stessa stampa americana, decenni dopo, continuava a interrogarsi sulla vera collocazione della sua sepoltura, trasformando quelle croci in un pellegrinaggio per musicisti e appassionati di blues.

Il mito del patto con il diavolo

Robert Johnson nacque l’8 maggio 1911 a Hazlehurst, Mississippi, con la polvere del Delta nei polmoni e la fatica dei campi già cucita nel suo futuro. Il ragazzo non incantava nessuno: le dita sulla chitarra erano goffe, la voce incerta, la gente rideva e lo scacciava dai locali. Una notte sparì. Si racconta che alcuni lo videro fermarsi a un crocicchio, in una notte in cui persino i cani non abbaiavano e l’aria sapeva di zolfo. Il diavolo lo aspettava, prese la sua chitarra, la accordò con mani che odoravano di zolfo e gliela restituì in cambio dell’anima.

Quando tornò, era un altro uomo. La sua voce sensuale come un sospiro proibito: le corde della sua chitarra vibravano di sesso, ogni strofa un bacio peccaminoso e ogni nota un gemito mal trattenuto. Dalla sua chitarra uscivano lamenti che sembravano spiriti liberati dalle tombe, e lui stesso era diventato un corpo febbrile, capace di sedurre chiunque. Le donne cadevano ai suoi piedi, e gli uomini lo odiavano perché non potevano resistere al suo sguardo magnetico.

Un mito partorito dalla miseria e dalla magia nera, un profeta del blues che trasformò la vergogna in desiderio e il dolore in carne viva.

Roberto Johnson “il più importante musicista blues che sia mai esistito”

Così lo ha definito Eric Clapton. La sua musica, registrata in due sessioni sgangherate tra il 1936 e il 1937, continua a uscire come un sortilegio da vecchi vinili graffiati. Ventinove canzoni soltanto, eppure, abbastanza per cambiare il corso della musica blues. Ne sopravvivono quarantadue incisioni, tra versioni alternative e take, reliquie sonore che sembrano arrivate da un aldilà capace di risuonare nelle ossa. Di lui ci restano appena tre fotografie: tre scatti sbiaditi diventati icone, reliquie di un santo maledetto, più rare dei suoi stessi dischi.

Dentro quelle registrazioni c’è il rumore del vento del Sud, il canto degli spiriti, il respiro degli schiavi, il dolore che avrebbe trovato voce nella negritudine. Ogni nota sembra sussurrare che non è mai morto davvero: le corde della sua chitarra si tendono come vene pulsanti gonfie di vita e whisky. In ogni riff puoi sentire respirare le anime dannate del crocicchio. Le canzoni di Johnson non sono solo blues, sono incantesimi, maledizioni, gemiti d’amore e d’abisso insieme.

Robert Johnson influenzò generazioni intere. I Rolling Stones, Eric Clapton, Bob Dylan: tutti hanno riconosciuto il suo fantasma tra le proprie canzoni. Clapton lo definì “il più importante musicista blues che sia mai esistito”. Nonostante abbia lasciato meno di trenta brani, il suo impatto è stato pari a quello di artisti con carriere lunghe decenni. È come se il diavolo, nel patto, avesse compresso un secolo di musica in ventinove pezzi, consegnando a un ragazzo del Mississippi la chiave dell’immortalità.

Robert Johnson e il Club dei 27

Robert Johnson fu il primo. Nel 1938 il diavolo se lo prese a ventisette anni, lasciando ventinove canzoni e tre fotografie, abbastanza per riempire il mondo di fantasmi. Da quel crocicchio del Mississippi partì una maledizione che avrebbe colpito altri: Hendrix soffocato nel suo stesso respiro, Joplin con l’eroina come amante, Morrison che si gonfia in una vasca parigina, Cobain con la bocca piena di piombo, Winehouse che canta fino a consumarsi.

Per alcuni si tratta di coincidenze, per altri è magia nera che si ripete. Ogni volta che un artista muore a ventisette anni, il crocicchio si illumina, Johnson riaccorda la chitarra e il diavolo sorride, battendo il piede a tempo.

Giovanni Scafoglio

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