Perché in democrazia anche Rita De Crescenzo può (e deve) candidarsi alle elezioni

Chi è Rita De Crescenzo, dal figlio a 12 anni all’arresto, dai brand di moda a TikTok alle relazioni con personaggi legati alla camorra

Il dibattito sull’eventuale candidatura politica di Rita De Crescenzo ha generato polemiche e indignazione. Eppure, in uno Stato di diritto, la possibilità per ogni cittadino di accedere a cariche pubbliche non è solo garantita dalla Costituzione: è un principio cardine della democrazia. Il tema della candidatura di Rita De Crescenzo alle elezioni solleva una questione più ampia: chi ha diritto alla rappresentanza e chi decide chi può accedervi? Non si tratta di difendere un nome, ma di interrogarsi sui confini veri della democrazia rappresentativa. L’elettorato decide, non il moralismo.

Il suffragio passivo: cosa dice la Costituzione italiana

L’articolo 51 della Costituzione italiana stabilisce che “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza”. Non serve una laurea, una carriera irreprensibile o una dizione perfetta per entrare in Parlamento. Serve essere cittadini italiani, maggiorenni, e non avere condanne che comportino l’interdizione dai pubblici uffici.

È questa la base giuridica che rende lecita – e potenzialmente legittima – la candidatura di figure controverse, popolari o anche lontane dalle élite intellettuali. In democrazia, l’accesso al voto passivo è un diritto, non un premio.

Rita De Crescenzo alle elezioni: perché una democrazia deve includere anche i margini

La vera domanda non è se Rita De Crescenzo “meriti” o meno una candidatura. La questione è piuttosto: può la politica includere anche segmenti sociali trascurati, marginali, fuori dallo schema borghese? Se la risposta è no, allora non siamo più in democrazia, ma in una forma di aristocrazia culturale. Ed è qui che l’idea di Rita De Crescenzo alle elezioni assume un valore simbolico e politico preciso.

Candidarsi non equivale a vincere. È l’elettorato a scegliere. Ma negare la possibilità di candidarsi a chi proviene da contesti sociali difficili significa escludere pezzi di società dalla partecipazione. E questo è esattamente ciò che la Costituzione vuole evitare.

Prima Repubblica: analfabetismo e Parlamento

Durante la Prima Repubblica italiana (1948-1992) sono entrati in Parlamento diversi esponenti con scarsa o nulla scolarizzazione. Alcuni erano quasi analfabeti, altri non avevano completato le scuole elementari. Rappresentavano, però, categorie precise: braccianti, contadini, operai. La loro presenza in parlamento si rivelò fondamentale.

Uno dei casi più noti fu quello di Antonio Pizzinato, sindacalista della CGIL, garzone, proveniente da una famiglia umilissima, fu senatore e parlamentare per più legislature. Così come Giuseppe Di Vittorio, fondatore della CGIL, che proveniva da una famiglia poverissima e fu autodidatta. Nessuno si scandalizzò allora: la politica doveva rappresentare il Paese reale, non solo quello che parla bene.

Il precedente di Ilona Staller: da pornografia a Parlamento

Nel 1987, fu eletta alla Camera con oltre 20.000 voti preferenziali Ilona Staller, in arte Cicciolina. Attrice pornografica, fu criticata da quasi tutto l’arco parlamentare. Ma fu regolarmente eletta, presentò disegni di legge, partecipò alle commissioni. La sua presenza in aula fu accettata come espressione di una parte dell’elettorato. Anche questo è un precedente che mostra come, nel sistema italiano, non esistano “categorie impresentabili” di per sé.

L’elettorato decide, non il moralismo

In un sistema democratico, la legittimità politica non si conquista sui giornali o nelle redazioni, ma nelle urne. Se una figura come Rita De Crescenzo dovesse raccogliere firme sufficienti per candidarsi e ottenere voti, significherebbe che rappresenta un bisogno, una voce, una parte dell’elettorato. Il dibattito su Rita De Crescenzo alle elezioni non dovrebbe essere filtrato da pregiudizi morali o estetici, ma letto come espressione possibile della sovranità popolare.

La democrazia deve contenere anche le sue contraddizioni. Anche chi non ci piace. Altrimenti non è più democrazia, ma selezione elitaria.

Ginevra Leone

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