Hai presente quell’episodio di Black Mirror in cui una ragazza perde il fidanzato e decide di comprare un robot identico a lui, programmato con tutti i suoi messaggi social? Fino a qualche anno fa ci sembrava pura fantascienza, roba da film distopico. Oggi, invece, è la realtà. Benvenuti nell’era dei Death Bot (o griefbot), una delle invenzioni più incredibili, affascinanti e al tempo stesso inquietanti che l’Intelligenza Artificiale abbia mai partorito. Ma cosa significa esattamente “chattare con i defunti”? È una cosa che fa bene al cuore o rischia di farci impazzire? E soprattutto: chi ci guadagna? Mettiti comodo, perché stiamo per fare un viaggio assurdo tra tecnologia, psicologia e i lati oscuri di internet, per capire come l’IA sta cambiando per sempre il modo in cui affrontiamo la morte.
Cosa sono esattamente i Death Bot? (Spiegato facile)
Immagina di prendere tutto ciò che hai lasciato su internet: le tue chat di WhatsApp, le storie di Instagram, le email, le note vocali dove ridi a crepapelle e persino i video su TikTok. Ora, immagina di dare tutto questo gigantesco mucchio di dati in pasto a un’Intelligenza Artificiale super avanzata (un po’ come ChatGPT, ma addestrata solo su di te). L’IA “studia” come parli, che parole usi, quanto tempo ci metti a rispondere e persino i tuoi difetti di pronuncia o i tuoi errori grammaticali tipici. Il risultato? Un avatar digitale (che può essere una semplice chat sul telefono, una voce o un ologramma 3D) che risponde esattamente come faresti tu. Non ripete frasi registrate come un vecchio disco rotto, ma “inventa” risposte nuove, ragiona come te e può persino commentare le notizie di oggi, anche se tu non ci sei più. Sono quelli che gli scienziati chiamano fantasmi generativi.
Le storie vere: da dove è nato tutto questo?
Se pensi che qualche azienda cattiva in giacca e cravatta si sia svegliata un giorno per inventare questa cosa solo per fare soldi, ti sbagli. Le prime storie di “resurrezione digitale” nascono da tragedie vere e dal disperato bisogno umano di non dire addio.
- L’amico nel telefono (Roman Bot): Nel 2016, una ragazza russa di nome Eugenia perse il suo migliore amico Roman in un incidente stradale. Non riuscendo ad accettarlo, riprese in mano i migliaia di messaggi che si erano scambiati per anni. Li inserì in un programma di intelligenza artificiale e creò un “bot” che le rispondeva proprio con il sarcasmo e le battute di Roman. Ha funzionato così bene che da questo esperimento è nata poi un’app famosissima.
- Il “Dadbot”: Un giornalista americano, James, scoprì che suo padre aveva un tumore incurabile. Invece di disperarsi, ha passato gli ultimi mesi a fargli interviste, registrando la sua voce e le sue storie. Con quei file ha creato un’app sul telefono. Ancora oggi, quando James si sente triste, gli basta dire “Ehi papà” al cellulare per sentirsi rispondere con la classica voce burbera e affettuosa del padre.
- Gli ologrammi o i cloni perfetti: Ci sono persone con malattie terminali che oggi stanno passando le loro ultime settimane in studi di registrazione, pagando aziende per farsi “clonare” e poter così dare consigli ai loro futuri nipoti sotto forma di ologrammi interattivi.
Fanno bene o fanno male? Il parere degli psicologi
Qui la faccenda si fa delicata, e i medici sono spaccati a metà. Immagina di perdere la persona a te più cara. Avere una sua versione digitale sul telefono è una medicina o un veleno?
Il lato positivo: sentirsi meno soli
Molti psicologi dicono che fa bene. Una volta si pensava che per superare un lutto dovessimo dimenticare e “voltare pagina” forzatamente. Oggi gli esperti parlano di Continuing Bonds (legami continui): continuare a parlare con chi non c’è più è normale. Andiamo al cimitero, guardiamo vecchie foto, rileggiamo vecchie lettere. Un Death Bot è solo l’evoluzione tecnologica di una vecchia fotografia. Ti permette di sfogarti quando ti senti solo al mondo, senza avere paura di “stressare” troppo i tuoi amici vivi con la tua tristezza.
Il lato oscuro: la trappola dell’illusione
L’altra metà degli psicologi, però, lancia un allarme pesantissimo. Questa tecnologia è troppo perfetta. Il rischio è quello di diventare dipendenti dall’app, chiudendosi in camera a parlare con un fantasma digitale invece di uscire e vivere la vita reale. Se l’intelligenza artificiale ti dà sempre ragione e ti conforta sempre, perché dovresti affrontare il doloroso (ma necessario) percorso di accettazione della realtà? È come mettere la propria vita in pausa per sempre.
L’incubo della “seconda morte”
C’è poi una paura enorme legata a un problema puramente tecnico. Mettiamo che tu passi anni a parlare ogni giorno con il bot di tua madre. Un giorno, l’azienda che gestisce l’app fallisce, spegne i server o c’è un bug di sistema. Boom. Schermo nero. Il bot sparisce per sempre. Gli psicologi la chiamano “la seconda morte”: è un trauma violentissimo, un abbandono improvviso che distrugge mentalmente la persona che stava già soffrendo.
Quanto costano i Death Bot? Una mappa del mondo
La cosa pazzesca è che questo fenomeno cambia completamente in base al continente in cui ti trovi:
- Stati Uniti (Il Far West): Lì è pieno di startup che creano cloni olografici pazzeschi. Il problema? Costano un occhio della testa (anche 15.000 dollari per crearli) e poi devi pagare un abbonamento mensile, tipo Netflix, per continuare a “parlare” col tuo caro. Se smetti di pagare, addio.
- Asia (La produzione di massa): In Cina e Corea del Sud, parlare con gli antenati fa parte della cultura da millenni. Per questo i death bot stanno spopolando. In Cina puoi farti fare un clone super realistico di un parente defunto in una settimana, pagando appena un centinaio di euro. In Corea esistono persino delle vere e proprie “sale” dentro le pompe funebri dove puoi mettere un visore VR e incontrare il defunto in realtà virtuale.
- Europa (Il freno a mano): E in Italia o nel resto d’Europa? Da noi queste cose quasi non esistono. L’Unione Europea ha leggi severissime sulla privacy (il GDPR) e regole sull’IA (l’AI Act) che vietano le tecnologie che possono manipolare la mente o creare dipendenze. Qui le aziende si limitano ad aiutarti a chiudere i profili Facebook di chi è scomparso, senza creare nessun fantasma generativo.
I grandi problemi etici: chi guadagna sul dolore?
Arrivati a questo punto, sorgono domande da mal di testa. Se uno muore, i suoi dati di chi sono? Cosa impedisce a qualcuno di prendere tutti i tuoi video su TikTok senza il tuo permesso e creare un tuo clone dopo che sei morto? Al momento, la legge non è chiara. Molti scienziati temono la mercificazione del lutto: aziende tech che capiscono quanto tu stia male e usano algoritmi studiati apposta per farti stare incollato allo schermo, costringendoti a rinnovare l’abbonamento ogni mese.
E poi, pensaci: l’IA non invecchia. Tu diventi adulto, compi 20, 30, 40 anni, mentre il bot di chi hai perso rimarrà per sempre bloccato al passato, ripetendo le stesse cose. Alla fine, qualcuno dovrà pur avere il coraggio di premere il tasto “elimina”. Ma chi ha il diritto di staccare la spina a un’anima digitale?
La tecnologia sta correndo a una velocità folle e presto tutti noi dovremo decidere non solo come vogliamo vivere, ma anche come (e se) vogliamo essere ricordati da un algoritmo.
FAQ: le domande più frequenti sui Death Bot
Cosa sono esattamente i death bot o griefbot? Sono programmi di Intelligenza Artificiale (spesso chatbot o avatar visivi) addestrati sui dati personali di una persona deceduta (messaggi, audio, post social). L’IA usa questi dati per simulare la personalità del defunto e chattare in tempo reale con amici e parenti rimasti in vita.
È legale creare un avatar AI di una persona morta? Attualmente siamo in una “zona grigia”. In Europa le regole sulla privacy sono molto rigide, mentre negli Stati Uniti c’è molta più libertà commerciale. Il grande problema legale oggi è il consenso: spesso i dati vengono usati senza che la persona avesse dato un permesso esplicito prima di morire.
Quanto costa creare un death bot? I prezzi variano enormemente. Negli Stati Uniti la creazione di ologrammi interattivi può superare i 15.000 dollari, con l’aggiunta di abbonamenti mensili per mantenere i server attivi. In Asia, in particolare in Cina, la tecnologia è più democratizzata e si possono creare avatar base per cifre che vanno dai 100 ai 1.000 euro.
I death bot aiutano davvero a superare il lutto? La comunità psicologica è divisa. Da un lato, possono offrire conforto momentaneo e ridurre il senso di solitudine isolata (teoria dei Continuing Bonds). Dall’altro, c’è un alto rischio di sviluppare dipendenza, alienarsi dalla realtà e soffrire di “lutto patologico prolungato”, non riuscendo mai ad accettare la perdita.
Cosa succede se l’app o l’azienda del death bot chiude? Questo è uno dei rischi psicologici più gravi. Se i server vengono spenti o l’azienda fallisce, l’utente subisce una “seconda morte” del proprio caro. L’interruzione improvvisa del servizio causa un nuovo trauma da abbandono, spesso peggiore del primo.
Francesca Rampazzo
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